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Le origini romane della pesca a mosca

Le origini romane della pesca a mosca. Sono molte le fonti che sembrano datare la nascita della pesca a mosca già presso gli antichi romani. Si parla di storia della pesca in questo articolo di Riccardo De Stabile
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H²O magazine…pescare viaggiando.

Il primo pescatore a mosca che possiamo identificare con precisione viveva sicuramente nell’Impero romano. Un primo riferimento  alla pesca a mosca, anche se discutibile, è per mano di un certo Marco Valerio Marziale, un signore noto a generazioni di riluttanti studenti di latino semplicemente come Marziale.

Marco Valerio Marziale e la pesca a mosca

Nonostante si creda comunemente che il diavolo in persona lo abbia inventato per torturare la mente dei poveri studenti di latino, Marziale ai suoi tempi era un poeta molto popolare, noto per i suoi spassosi epigrammi. Visse tra il 41 e il 104 d.C. e nacque in Spagna, sulle rive del fiume Salo, anche se si trasferì prestissimo a Roma dove passò la maggior parte della sua vita. Pare comunque che si dilettasse a pescare e ci ha lasciato almeno una poesia in cui fa riferimento alla sua sfortuna come pescatore, ma in cui scrive anche:

E chi mai non ha visto

L’avido scaro venire ingannato

Dalla mosca che ha divorato?

Anche dando a Marziale il beneficio del dubbio, da questi versi si può avere l’impressione che la pesca a mosca fosse una routine all’epoca, ma il problema è che lo scaro è un pesce di mare che vive tra i coralli e le alghe. Pertanto quello di Marziale non viene unanimemente accettato come primo riferimento letterario alla pesca a mosca, anche perché gli studiosi non concordano sulla parola finale che potrebbe essere mosca o musco,  e in quel caso venire tradotta come muschio.

Se passasse l’ipotesi che Marziale abbia usato muschio per intendere alghe, il riferimento alla pesca a mosca andrebbe perduto. Rimane poi da stabilire se egli si riferisse ad un insetto vivo o ad una imitazione artificiale. William Radcliffe, dal cui libro sulla storia della pesca sono stati tratti molti riferimenti di questo volume, è al cento per cento a favore dell’ipotesi di un riferimento alla pesca a mosca, ma sono passati troppi secoli da quell’evento, e pertanto non è da escludere che la pesca a mosca abbia le proprie radici in esche per la pesca in mare.

Claudio Eliano e la pesca a mosca

Un altro autore che scrisse di questo argomento fu Claudio Eliano in un libro intitolato De Natura Animalumi . Questa grande opera risale al 200 d.C., almeno cento anni dopo che Marziale scrisse il suo epigramma.

Eliano nacque nel 170 d.C. circa, a Praeneste, e morì attorno al 230 d.C.. Ad un certo punto nella sua vita diventò allievo di Pausania di Cesarea, che gli insegnò la retorica, e da buon studente Eliano imparò anche il greco dell’Attica. In seguito studiò storia, ed entrò a far parte del circolo dei personaggi protetti dall’imperatrice Julia Domna. Questo gli permise di frequentare non solamente Galeno, ma anche Oppiano per i suoi scritti. La sua fonte principale è stata identificata in Pamphilo di Alessandria, ma prese anche da molti altri scrittori, come Democrito, Erodono, Plutarco ed Aristofane. Nel diciassettesimo volume del suo libro, Eliano mescola osservazioni personali con i fatti, le leggende e le fantasie desunti da altri autori. Il libro è inteso per puro divertimento,  e gli saremo per sempre grati per queste righe immortali:

“Ho sentito parlare di un sistema macedone per prendere pesci, ed è questo: tra Borea e Tessalonica scorre un fiume chiamato Astreo, e in questo fiume ci sono pesci con la pelle maculata, come li chiamino i nativi è meglio chiederlo a loro stessi. Questi pesci si nutrono di un insetto tipico di quella zona. Non assomiglia agli insetti che si trovano altrove, non sembra né una vespa, né un’ape, né un moscerino, ma ha qualcosa di tutti questi: per grandezza simile ad un moscerino, per colore ad una vespa e per il rumore che produce a un’ape. I nativi lo chiamano Hippouros.

Questi insetti cercano il cibo sul fiume, ma non sfuggono all’attenzione dei pesci sottostanti. Quando un pesce vede uno di questi insetti in superficie, sale lentamente per non spaventarlo, apre la bocca lentamente e se lo divora , portandoselo via come fa il lupo con l’agnello o un’aquila con un’oca, dopodiché si immerge di nuovo.

Ora, sebbene i pescatori siano a conoscenza di questa abitudine dei pesci, essi non usano gli insetti vivi come esca, perché questi al tocco dell’uomo perdono il loro naturale colore, le loro ali avvizziscono e diventano cibo inadatto ai pesci. Pertanto i pescatori non li usano, ma hanno trovato un modo per ingannare i pesci.

Legano della lana rossa, rosso cremisi, attorno all’amo, e fissano alla lana due piume che crescono sotto il bargiglio dei galli di colore cereo. La canna che usano è lunga meno di due metri, e la lenza è della stessa lunghezza. Poi lanciano la loro esca e il pesce, fatalmente e follemente  attratto dal colore, sale in superficie, apprestandosi a catturare una gustosa preda; tuttavia, quando apre la bocca e fa per ingoiarla, viene preso all’amo e catturato.”

Ecco qui, il fraseggiare di Eliano non lascia spazio a dubbi di sorta sul fatto che stia parlando di pesca a mosca. L’unica cosa triste è che appare evidente che non andò mai di persona in Macedonia. Anche se sarebbe stato meglio leggere un resoconto diretto di quelle catture, tuttavia il racconto di Eliano è affidabile, visto che egli aveva sicuramente molte opportunità di incontrare e parlare con persone che avevano viaggiato in quella terra, dato che essa era stata invasa dai romani nel 200 a.C. e pochi decenni dopo era  diventata provincia romana.

Pertanto possiamo prendere letteralmente la frase, “ho sentito”, ed è probabile che Eliano non abbia mai visto nessuno utilizzare tale tecnica di pesca. Nondimeno, il suo è il primo chiaro e inoppugnabile riferimento alla pesca a mosca, e fornisce la prova di come questa sia davvero un’arte antica.

Riccardo De Stabile

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