H2O Magazine

MASTRO GEPPETTO. AUTOBIOGRAFIA DI GIORGIO DALLARI

Credo che l'amico Giorgio Dallari non abbia bisogno di presentazioni, preferisco quindi pubblicare la sua biografia senza aggiungere altro. Giorgio Cavatorti
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H²O magazine…pescare viaggiando.

Giorgio Dallari

Sono nato a Modena nel lontano 1932. Questa piccola città è conosciuta nel mondo perché è qui che si fanno le automobili tra le più prestigiose nel mondo, le Ferrari. La mia famiglia apparteneva al ceto borghese; mio padre, di origini contadine, aveva aperto nel 1925, una minuscola boutique di articoli di abbigliamento per uomo. Sono così entrato nel business paterno ed ho continuato fino al 1993, anno in cui  sono volontariamente andato in pensione.

L’adattabilità, unitamente alla curiosità, alla pazienza e alla tranquillità, sono le caratteristiche dominanti del mio carattere, e si sono espresse, nel corso della mia vita, non tanto in chiave professionale, bensì in chiave hobbystica. Ho avuto una notevole varietà di “passioni”: pesca e caccia sono state le più sentite e, in tono minore, mi sono dedicato anche all’equitazione, all’aeromodellismo, al volo con aerei da turismo, al restauro di moto d’epoca, alla fotografia e ai viaggi di pesca e di caccia.

L’idea del mulinello in radica

Ho dimenticato di dire che sono stato un accanito fumatore di pipa; dico questo perché la pipa costituisce il primo passo verso la materia che ha così fortemente attratto il mio interesse in questi ultimi anni. Oltre a fumarle, le pipe, da alcuni anni mi dilettavo a costruirle e fu così che una sera del 1990, mentre stavo comodamente seduto in poltrona sfogliando una rivista di pesca e gustando l’ultima pipata della giornata, il mio sguardo si fermò sull’immagine di un mulinello d’epoca, di legno e da collezione. I fumatori di pipa sanno bene cosa vuol dire “pipe dream” e fu inevitabile che pensassi alla radica da pipe come materiale da usare per costruire il mulinello.

La sera seguente entrai nel laboratorio e, scelti due pezzi di bellissima radica (briarwood), cominciai eccitatissimo a creare il prototipo.

Il mulinello in radica da pipe

Quando gli amici videro il mio mulinello espressero un sincero entusiasmo e mi incoraggiarono a continuare. A quel tempo avevo ancora l’impegno del negozio e potevo dedicare a questo lavoro solo qualche ora dopo la chiusura. Tutto questo cominciò quindi come un gioco.

Nel 1992,  prima di recarmi in Oregon sul fiume Umqua con un paio di amici, mi fermai a Denver in occasione della Fiera Internazionale della Pesca a Mosca. Avevo portato con me cinque mulinelli che esposi in un angolo di uno stand cedutomi da un amico. Si trattava di una Fiera riservata, per i primi tre giorni, agli operatori commerciali e l’ultimo giorno  ai pescatori. Il risultato fu “una quantità di complimenti”, tre mulinelli ordinati, ed un episodio molto simpatico accaduto appena prima della chiusura della Fiera.

Il successo negli USA

Di fronte allo stand dove erano esposti i miei cinque mulinelli c’era lo stand di un produttore americano di mulinelli classici di nome Bill Ballan, che avevo invidiato durante i precedenti tre giorni perché riceveva diversi ordini da clienti di tutto il mondo, mentre io ricevevo solo complimenti. Stava per scadere l’orario di chiusura quando questo signore si avvicinò al tavolino sul quale erano esposti i mulinelli, li esaminò uno per uno e, sempre in silenzio, fece la sua scelta e finalmente disse: “ Io prendo questo, tu vieni al mio stand e prendi quello che vuoi!”

Incontrai in quella occasione Lefty Kree di cui avevo letto un paio di libri per apprendere le tecniche di pesca in acque salate (in quegli anni frequentavo i flats Cubani). Mi colpì la sua simpatia e gli regalai, anche sperando che mi facesse un po’ di promozione, un mulinello. L’anno seguente lo incontrai, sempre a Denver, e gli chiesi: “Cosa ne pensi del mio mulinello nella pratica di pesca?” egli mi diede una forte pacca sulla spalla e disse: “ Non sono pazzo, vuoi che usi un mulinello così bello?”

Un altro illustre americano al quale ne mandai uno in omaggio, sempre nella speranza di farmi conoscere, si chiama Jimmy Carter, abbastanza conosciuto negli States, non so se in qualità di pescatore. Egli mi scrisse una lettera in cui esprimeva il suo apprezzamento per l’oggetto ed anche il suo e della ex First Lady caldo ringraziamento.

La scoperta dell’amboina

Nel 1993 decisi di porre fine all’attività impostami dal padre e mi ritirai a vivere in una casa di pietra molto isolata sull’Appennino Modenese, portando naturalmente con me l’attrezzatura per continuare il mio hobby, che a questo punto era diventato un lavoro vero e proprio. Il legno in tutte le sue varietà mi ha sempre procurato sensazioni difficili da descrivere: mi piace al tatto più di qualsiasi altro materiale, ma quando si tratta di radica di qualsiasi essenza arborea, il semplice piacere si  trasforma a volte in emozione, come se fossi di fronte a un’opera d’arte.

Venni a conoscenza che in un paese, non lontano da Milano, c’era una ditta specializzata in legni preziosi e fu così che vidi per la prima volta l’amboina. Sapevo che esisteva una radica meravigliosa che veniva usata per fare i cruscotti nelle ROLLS-ROYCE ma non l’avevo mai vista nel suo stato naturale. Fu amore a prima vista! Solitamente un legno si riconosce per il suo colore caratteristico che può variare di poco.L’amboina fa eccezione: nello stesso“ciocco” (burl) il colore può passare da un noce scuro (dark brown) attraverso vari toni sempre più chiari,fino a un biondo luminoso. Non parliamo poi della varietà dei disegni, innumerevoli e indescrivibili.

Mi rendo conto che posso sembrare un esaltato, neanche parlassi di una meravigliosa donna, ma io penso che esistano diversi modi per rendere piacevoli i  momenti della nostra vita. Ho sempre in mente una frase che mi disse un signore americano che aveva maneggiato a lungo, sempre quella  volta a Denver, uno dei miei mulinelli “Quando ho in mano questo oggetto mi si scalda il cuore!” e posso dire che in questa frase c’è tutto quello che con mille parole non si può descrivere.

Mastro Geppetto

Non c’è Ditta se non c’è un Logo…….Chissà perché mi venne in mente Pinocchio ma cercando nel mio subconscio ho trovato la spiegazione. Prima di tutto è fatto di legno e questo potrebbe bastare, ma c’è di più. Pinocchio dice molte bugie e quando le dice, gli si allunga il naso. I pescatori (non tutti) sono famosi per la facilità che hanno nel dire bugie quando raccontano delle loro catture, sia nel numero che nelle dimensioni, quindi siamo tutti un po’ simili al famoso burattino di Collodi ma,per fortuna non abbiamo il naso che si allunga .

Quando dissi a un mio carissimo amico Giapponese che mi sentivo un po’ “Geppetto”(il padre di Pinocchio di professione falegname), egli mi rispose che non aveva alcun dubbio sul fatto che io “sono” la reincarnazione di Geppetto e da allora non mi ha mai più chiamato con il mio vero nome.

Giorgio Dallari

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